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Amore a modo mio, Linnea Nilsson

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Linnea e l’amore, o la mancanza di amore. “Ci si abitua a tutto, alle guerre, all’essere fregati quotidianamente, alle sifilidi, alla puzza di piscio e all’odore della morte. Ci si abituerebbe pure a una vita senza amore.”

Ti amo.

Una cancrena putrida che sarebbe da amputare, e di sicuro si vivrebbe meglio. Almeno non si sentirebbe la puzza di morto che ci ammorba le narici tutto il santo giorno. A guardarla, quella necrosi affascina pure, come quando ci si imbambola a osservare il fuoco. Ti conquista mica da ridere, da passarci delle giornate intere a tormentarti le ferite, a strizzare fuori tutto quel sangue purulento. A volte ci si dimentica pure che quella necrosi piano piano ci sta uccidendo. Ma tant’è, si riesce mica a distoglierlo, lo sguardo.

Winston mi capiva, lo sapeva anche lui che era tutta una gran fregatura. Non mi ha mai detto cosa gli era successo ma sono sicura che c’era passato pure lui. Lo si vedeva da quegli occhi tristi, anche se cercava di nasconderlo. L’ironia era diventata una difesa, si diventa cinici perché altrimenti si diventa vulnerabili. È un gioco al massacro, un fregarsi a vicenda dove ognuno vuole avere la meglio. Ah, l’amore! Si arraffa quello che si può quando si può e non si bada alle scie di cadaveri che ci si lascia alle spalle.
Ne abbiamo parlato diverse volte. Spesso quando lui era ubriaco, la notte tardi. Che mi mandasse messaggi mi faceva piacere, l’unica cosa che mi metteva ansia era che se ne tornava in bicicletta e in quello stato avrebbe potuto fare un incidente.
Eravamo come quelle cavie che vanno avanti a tentativi ma lo sanno che prima o poi la scossa elettrica arriva. Non si scappa. Ti distrai un momento e Zack!
Io del resto avevo già preso le mie, di cantonate, quando ancora credevo nell’amore.

Me lo ricordo, erano gli anni Ottanta ed ero magra come uno stecco; ci vestivamo con gli abiti con le spalline enormi che andavano di moda a quei tempi, come si vedeva in Dallas e in Knots Landing.
Mi ero pure fatta la permanente, una testona così, riccia, che a riguardare le foto oggi viene pure da sorridere. Eppure a quei tempi avrei fatto qualsiasi cosa pur di somigliare a quelle attrici famose, a Sue Ellen, a Karen Fairgate MacKenzie. Erano incasinate pure loro, ma mi avevano sempre dato l’idea di donne forti, che nonostante tradimenti, intrighi e misfatti vari nella vita se la sarebbero cavata bene.
Dio, come le odiavo quelle spalline, che non stavano mai a posto come succede nei telefilm americani, ma era il prezzo da pagare per farsi notare.
All’epoca mi piaceva Rory, che un po’ somigliava pure a Martin Kemp degli Spandau Ballet.
Non era amore, anche se ci ho pianto delle notti intere. Ma Rory era un ragazzo, e alla fine ha preso quello che ha voluto ed è passato oltre. Si è portato via anche i miei sentimenti, li ha buttati nel cesso, e per un periodo ho finito col pensare che forse l’amore era quello. L’amore era sofferenza, il desiderio per qualcosa che comunque rimaneva inarrivabile. Mi sarei accontentata di molto meno, di un compagno che mi facesse ridere, che ci tenesse a me. Sue Ellen non si sarebbe fatta mettere i piedi in testa a quel modo.

Poi ci furono altri amori, o meglio relazioni. Chissà perché li definiamo amori, questa cosa non l’ho mai capita. Sono finiti tutti allo stesso modo: qualcuno più lungo degli altri, ma alla fine si trattava comunque di persone incompatibili messe assieme dal caso. Forse perché la solitudine fa sempre più paura di una cattiva relazione e c’è la speranza che le cose possano andare per il meglio. Una botta di culo, un biglietto alla Lotteria dei partner che si può sempre vincere. Lo si legge nei romanzi, quelle storie dove l’amore vince, dove c’è il lieto fine. A qualcuno sarà pur capitato, mi dicevo.
Ce lo insegnano fin da piccoli, l’amore, a furia di punizioni e indottrinamenti. E a pensarci un attimo non è che ci venga proprio naturale. Ci lasciassero liberi di fare a modo nostro, ne prenderebbero di santa ragione quando ci vengono a parlare dell’amore. Ma da una malattia si può guarire, dall’amore no. Ce lo portiamo a spasso come un cagnolino al guinzaglio, lo viziamo, gli facciamo le coccole, a quel bastardino. Nella speranza, sempre disattesa, che ci dia un minimo di sollievo.
Si sopravvive come si può, anche diffondendo la favoletta dell’amore. La verità è che è tutto un trucco, messo in giro a bella posta da chi non ha altri mezzi per difendersi o per cercare di comandarci a bacchetta. È un ricatto bello e buono, un guinzaglio, quando non è una tagliola che ci azzoppa. Cristo, come si vivrebbe bene se non dovessimo raccontarci ogni giorno tutte queste palle! Ne avanzerebbe di tempo anche per andare a pescare e fare i mestieri di casa. Col solo danno che, per chi ci ha creduto, rimarrebbe un po’ l’amaro in bocca, insomma il vuoto da riempire. Che è poi la cosa che fa più paura e ci forza a continuare a raccontarci favole, perché alla fine, tolto l’amore, vediamo di che pasta siamo fatti veramente.
Ci si abitua a tutto, alle guerre, all’essere fregati quotidianamente, alle sifilidi, alla puzza di piscio e all’odore della morte. Ci si abituerebbe pure a una vita senza amore.
Ma la voglia di sparare una cazzata più grande, più grossa di tutte le altre è troppo forte. Non si resiste mica, a una burla del genere. Fa sghignazzare tutto il tempo, anche quando non la si è messa ancora in atto. Così anche Winston, che la vedeva come me sull’amore, alla fine ci è cascato.
E allora il ciclo ricomincia e, quando meno te l’aspetti, qualcuno più furbo ti prende in contropiede e dice un “Ti amo”.

 

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Linnea Nilsson nasce un paio d’anni fa, sul web. È personaggio inventato, non vive di vita propria, a parte qualche rara apparizione su Facebook. Non è nata da un rapporto d’amore, ma come esperimento sociale e letterario (Urca che parolone!) per provare la consistenza di un personaggio femminile e un po’ forte di carattere. Dolce e disponibile e a volte anche un po’ stronza. E con un pizzico di sarcasmo (si spera). Al momento è in macchina e sta tremando come una foglia perché ha paura che prima o poi verrà scaricata sul ciglio della strada e lasciata al suo destino.
I creatori di Linnea (Mizzeca, i creatori, mica ciufoli!) stanno pensando seriamente al genere romance, chick-lit e forse di intraprendere la carriera dello scrivere e probabilmente Linnea rimarrà una figlia trascurata, lasciata alle sorti del destino.
Linnea è sempre stata consapevole di “non averci messo troppo impegno”, come dicevano a scuola, “la ragazza non si applica, potrebbe fare di più”.
Forse ritornerà in futuro, nonostante le promesse di abbandono ogni tanto ha qualche ideuzza non proprio da buttare.
Il racconto “Amore a modo mio” è stato scritto appositamente per il blog di Babette. Rappresenta come gli autori avrebbero voluto Linnea, come avrebbe dovuto scrivere, invece di perdersi nei suoi “porno-zozzi”. Divertenti, per carità, ma diciamolo, sono quello che sono.
Linnea sta facendo la faccetta un po’ imbronciata ma sotto sotto capisce che è per il suo bene.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
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