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Libri per bambini? La risposta è Fabio Cicolani

Diplomato in Arti Applicate della Grafica Pubblicitaria e Fotografia e laureato in DAMS Cinema a Bologna, è sceneggiatore, regista, grafico 3D, editor e consulente editoriale. Nel 2004 ha scritto, diretto e post-prodotto Fiaba, un cortometraggio con Sofia Zannetti e Marta Forghieri. Tra il 2009 e il 2013 ha pubblicato per La Corte Editore la trilogia fantasy Le Magie di Omnia, della quale fanno parte Il Signore del Destino, L’Imperatrice della Luce e I Giorni delle Tenebre. I libri sono ambientati in parte a Poggio Moiano, la mia cittadina natale, e in parte nel mondo di Omnia. Appartenente alla Saga di Omnia è anche l’antologia pubblicata nel 2010 – sempre per La Corte – Le Storie di Omnia, che contiene 5 racconti inediti ambientati nel mondo di Omnia con protagonisti personaggi a sè stanti rispetto alla trilogia (anche se un paio di loro entrano nel cast dell’ultimo volume della saga). Tra marzo e aprile 2013 ha tenuto un corso di scrittura creativa presso la scuola elementare Raffaello Sanzio di Bologna, al termine del quale, assieme ai bambini, ha realizzato un libro che raccoglie i tre racconti scritti dagli alunni e un mio racconto inedito Il Tema di Giorgia, il libro si chiama Storie Sottosopra, edito da Miso Editore.  Nel 2013 ha  pubblicato il libro per bambini “Il Bambino dei Draghi” sempre per La Corte Editore.

Nel 2014, al Salone del Libro di Torino ha presentato in anteprima il primo romanzo di una nuova serie per bambini, Monsters’ Park pubblicata da La Corte Editore, del quale “La Fabbrica dei Mostri” è il primo volume.

Al Lucca Comics&Games 2014 ha presentato in anteprima il secondo volume della serie “Monsters’ Park- Uno Zoo Mostruoso”. Entrambi i volumi saranno disponibili in tutte le librerie a inizio 2015.

Fa parte dello staff organizzativo del San Giorgio di Mantova BOOKS in qualità di responsabile della grafica e della comunicazione audiovisiva.

Fabio Cicolani e i bambini: Il progetto di scrittura creativa che tengo nelle scuole di Bologna e provincia è proseguito con grande successo nell’anno scolastico 2013/2014 e ha toccato diverse scuole, permettendomi di conoscere centinaia di bambini e la varietà delle realtà scolastiche bolognesi. Ad oggi hanno aderito al mio progetto di scrittura nelle scuole oltre 30 classi che rinnovano con entusiasmo il percorso ogni anno, felici di poter avere tra le mani una vera antologia che contiene il frutto delle loro fatiche letterarie.

Prima domanda di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità” e quando? Si scrive per i motivi più svariati, credo. E, in fondo, ognuno ha le sue ragioni che possono variare anche da periodo a periodo. Io scrivo perché mi piace raccontare storie, forse ho la pretesa di avere qualcosa da raccontare, non posso dirlo. Il mio è un assoluto atto di altruismo, mi piace l’idea di intrattenere persone che non conosco, che si avvicinino ai miei personaggi e li amino come li amo io. Una bella storia rimane per sempre e avere anche solo una piccola speranza che una delle mie abbia un posto speciale nel cuore di qualcuno è una sensazione meravigliosa, dà un senso a tutto il lavoro che si fa per scrivere.

Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone? Prima, quando avevo una visione molto più romantica della scrittura, scrivevo sui moleskine. Poi ne ho riempita una scatola e ho deciso di passare all’elettronico. Scrivo gli appunti passeggeri nelle note dell’iPhone, se sono sviluppi o appunti più corposi li metto su Pages nell’ipad, ma scrivere, scrivo sul MacBook, a mano sono diventato un impedito.

C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi? Non sono un tipo molto metodico, non sono neanche uno scrittore dominato dal fuoco sacro. Raccolgo idee e schematizzo la sera, ma la stesura la faccio in full immersion, otto ore, per una ventina di giorni o un mese, rigorosamente in biblioteca, per evitare distrazioni. Ci sono scrittori maratoneti, staffettisti, e velocisti. Io sono uno di questi ultimi.

Che cosa significa per te scrivere? Significa fare spazio nella mente. I personaggi, le scene, le idee si accumulano tra le meningi e cominciano a premere, mi ossessionano finché, se voglio concentrarmi sulle cose da fare quotidianamente, non le scrivo. Una volta che le ho scritte io respiro, loro respirano, e iniziano a vivere i loro spazi anziché i miei.

Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto? Sarò impopolare ma, sì. Molti colleghi si vergognano, non si riconoscono, vedono i difetti. Io no. Certo, mi dico “ora lo scriverei meglio”, forse anche in modo diverso, con uno spirito diverso. Però mi piace quello che scrivo perché io ci leggo il divertimento, le emozioni che ci ho messo dentro, il momento in cui sono nate le frasi, le battute, le invenzioni. È un po’ come sfogliare un album di vecchie foto, si cambia, si cresce e scrivere è un po’ come fotografare la nostra fantasia in quel momento, quindi mi fa tenerezza rileggermi. Mi capita anche di stupirmi in positivo, non ricordando assolutamente di aver partorito certi passaggi per me sorprendenti. Ci sono pagine de Le Magie di Omnia che oggi non credo sarei più in grado di scrivere con quella intensità di intenzioni, ci vedo le parole di un esordiente che ci prova con tutto se stesso, che insegue un grande sogno.

Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati? Non tutti, alcune pagine sì, mi diverte. È come darmi una pacca sulla spalla. Chi scrive sa quanta fatica c’è dietro a un romanzo e vedere tutto quel lavoro concentrato, nero su bianco, in tante copie profumate, mi fa sentire di aver realizzato qualcosa di importante, anche se poi alla fine è solo un racconto o un romanzo per bambini, non è letteratura alta.

Quanto c’è di autobiografico nel tuoi libri? Tendo a non scrivere nulla di autobiografico perché non credo che un autore abbia il distacco sufficiente per scrivere di sé in modo oggettivo, realizzando se quella cosa è effettivamente importante o rilevante in modo universale. C’è qualcosa di me in ogni personaggio, ma nessuno dei miei personaggi è “me”. Neanche il Fabio Cicolani de “le Magie di Omnia”.

Quando scrivi, ti diverti oppure soffri? Dico sempre che scrivere è un po’ come recitare la parte dei personaggi sulla carta, per cui mutuando per la scrittura il metodo Stanislavskij e Strasberg, faccio affidamento a ricordi ed emozioni personali passati per dare vita a una situazione sulla carta. Quindi se c’è da soffrire, soffro, ma se posso preferisco divertirmi e divertire, visto che fortunatamente la mia vita è ed è stata una vita più dominata dalla felicità che dalla sofferenza.

Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? E se sì, in che modo? È cambiato il mio modo di approcciarmi alla scrittura. All’inizio era come una storia d’amore in cui vuoi fare colpo a tutti i costi. Per cui “facevo il fenomeno”, cercavo di lustrare il più possibile i miei strumenti, stupire, ricercare. Sognavo in grande e scrivevo pensando a quell’orizzonte lontanissimo. Poi ho metabolizzato e razionalizzato la scrittura, il mondo dell’editoria, il rapporto con le storie e ho capito che il successo è una stella cadente così imprevedibile e spesso inafferrabile che è inutile stare a impilare casse nella speranza di essere così in alto da poterla afferrare prima che tocchi terra. Puoi solo fare il meglio che riesci, maturando e imparando, tenendo gli occhi aperti e farti trovare pronto quando ti colpirà direttamente in testa.

Come riesci a conciliare vita privata e vita creativa? Circondandomi di persone creative che mi pettinano le ali e anche di qualcuno che mi mette i pesi alle caviglie per evitare che sia un volo troppo precipitoso. Scrivere è un’esperienza talmente intima e totalizzante che non riesci a riporla nel cassetto o lasciarla fuori dalla porta quando torni a casa. Quindi, in realtà, il grosso del lavoro di conciliazione non lo fai tu, lo fanno le persone che ti circondano.

Ti crea problemi nella vita quotidiana? A volte, quando vorresti che le persone che ami ti scrivessero un bel pensiero o una lettera, e non lo fanno perché “non sarei all’altezza, tu sei uno scrittore”. E allora perdi molte delle manifestazioni d’affetto tramite parola scritta che invece, se non scrivessi, potresti ricevere. Mi crea problemi con i giochi da tavolo che si basano sulle parole come Scarabeo, Saltinmente, Taboo, enigmistica di vario genere. Sono negato, ma se si fanno le squadre c’è sempre qualcuno  che contesta la mia squadra perché ha me. Sta di fatto che a Scarabeo perdo sempre perché saper scrivere non ti aiuta a trovare una parola qualsiasi in mezzo a otto lettere casuali, ma semmai a trovare quella giusta  in mezzo a tutte quelle esistenti che conosci già composte.

Come trovi il tempo per scrivere? Me lo impongo, nei periodi di stesura, scrivere diventa la mia attività unica e prioritaria. Se ho l’ispirazione mi ricavo a forza il tempo.

Gli amici ti sostengono oppure ti guardano come se fossi un alieno? Gli amici sono curiosi e io li coinvolgo chiedendo pareri e consulti. Se un amico non è interessato si parla d’altro. Io non sono quello che scrivo, sono io, non vado in giro con i miei libri appesi al collo, non lascio mai che sia quello che faccio a definirmi, ma quello che sono.

Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola? Assolutamente architettonica. Sono il maestro degli schemi, strategie, pianificazioni, grafici, schede, mappe virtuali e ora anche i ritratti dei protagonisti. Navigare a vista mi spaventa a morte, ho bisogno di avere un percorso tracciato, familiare, per potermi muovere con assoluta sicurezza. Pianificando riesco a toccare ogni aspetto della creazione passò dopo passo, un aspetto per volta, senza accatastare le idee.

Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione? La seconda. Ho provato anche la costanza ma non ha pagato.
Quando scrivo pagine prive di ispirazione ma fatte di tecnica e metodicità non mi riconosco, le rinnego. E ho anche il terrore che per la paura di buttarle via io finisca per tenerle e accontentarmi.

Tutti dicono che per “scrivere” bisogna prima “leggere”: sei un lettore assiduo? Leggi tanto? Quanti libri all’anno? Sono un abbandonatore seriale. Compro tanti libri, ma ne leggo fino in fondo pochi. Quindi se dovessi contarli farei fatica. Ci sono mesi in cui leggo tre o quattro libri e mesi uno solo, perché ne ho abbandonati sette in punti diversi.  Per lavoro scrivo e leggo tutti i giorni con i bambini per nove mesi l’anno. Quando leggo per diletto lo faccio con una selezione severa. Se leggo per mestiere saggi, testi, manoscritti, non lo considero “leggere” ma lavorare. Quindi è difficile fare una vera stima per me.

Quale è il genere letterario che prediligi? È lo stesso genere che scrivi o è differente? E se sì, perché? Il genere letterario che prediligo leggere non è quello che scrivo, lo è, ma di rado. Leggo di tutto, amo molto il thriller, ma non credo di essere in grado di scriverlo mentre mi piace inserire elementi thriller in quello che scrivo. Mi piacciono storie profonde, intense, che lasciano il segno, storie che probabilmente non sarei mai in grado di scrivere. Non scrivo quello che vorrei leggere, scrivo quello che credo sia più affine al talento che suppongo di avere. Facendo leva sulle cose che so di poter gestire e conoscere. Mentre sono attratto da quelle che non mi appartengono nella speranza di poterne carpire, un giorno, il magico segreto che fa scattare in me quel senso di soddisfazione e coinvolgimento emotivo.

Autori/Autrici che ti rappresentano o che ami particolarmente: citane due italiani e due stranieri. Ce ne sono tanti. Per gli italiani scelgo Italo Calvino e Maria Silvia Avanzato. Per gli stranieri cito Michael Chrichton e JK Rowling.

Genere fantasy: perché? Cosa ti ha spinto a dedicarti a questo genere piuttosto che ad altri? Non credo di essere uno scrittore particolarmente abile con la parola, o con una proprietà di linguaggio sufficientemente superiore alla media per essere un autore “di stile”.
La mia forza è la fantasia, l’immaginazione. È una capacità che ho sempre avuto, fin da bambino. Ero e sono un sognatore in grande, che vede in ogni cosa una possibilità per scoprire altro, sono una persona curiosa ed entusiasta cronica. Il Fantasy è una scelta che è venuta da sola, era il genere che sentivo più affine alle mie abilità di narratore. Non nascondo di aver avuto e di avere la tentazione di esplorare altri generi, mi piacerebbe scrivere una bella storia d’amore un giorno, qualcosa di significativo, ma è una cosa che arriverà quando sarà il momento. La fretta di fare e dimostrare è la peggiore compagna di uno scrittore.

Ultimamente il genere fantasy pare abbia ricevuto una battuta di arresto rispetto all’estrema popolarità di anche solo cinque anni fa. Secondo te perché? È solo una questione di “moda” e di “gusto” da parte dei lettori oppure ci sono altre ragioni? Le tendenze influenzano ogni aspetto della   nostra vita, quindi anche le nostre letture. È la legge del mercato. Magari prima o poi tornerà, chissà. Personalmente inseguire le tendenze per uno scrittore è controproducente. O scegli di rimanere fedele a te stesso e attendere che il tuo momento arrivi e ti trovi preparato o sei tu stesso quel cambiamento correndo rischi e sperimentando, ma inseguire una moda è molto poco appagante e lungimirante, secondo me.

Dei tuoi romanzi precedenti, ce n’è uno che particolarmente prediligi e senti più tuo? Se sì qual è, vuoi descrivercelo e parlarci delle emozioni che ti ha suscitato a scriverlo? Sono particolarmente legato alla serie  appena pubblicata Monsters’ Park, perché è stato il mio vero primo esperimento di scrittura in prima persona e la possibilità di interpretare un bambino di undici anni anche se solo sulla carta mi ha entusiasmato e divertito moltissimo. Ho potuto mettere in Peter Pepper tutte le riflessioni che mi hanno sempre accompagnato da quando ero bambino, quelle raccolte dai bambini stessi, avere la Possibilità di guardare il mondo di nuovo con gli occhi di un ragazzino mi ha infuso nuova gioia di affrontare la maturità di adulto. Il mondo è molto più bello visto con gli occhi dei bambini.

Fai lezioni di scrittura creativa nelle scuole elementari. Ci parli un po’ di questa tua esperienza? Leggiamo alcuni aneddoti divertentissimi sugli status del tuo Facebook, ma son tutte storie vere? E i bambini ti sono di ispirazione per le cose che scrivi? Mi diverto moltissimo e a volte non mi sembra che sia un vero lavoro. I bambini sono pieni di entusiasmo, voglia di scoprire, irriverenza, incoscienza. Sono tutte qualità che si vanno perdendo quando si cresce e avere a che fare con loro è come fare una costante immersione della piscina di Cocoon. Gli aneddoti che scrivo su Facebook sono tutti assolutamente reali, a volte un po’ romanzati, ripuliti, ma vengono tutti dalla mia esperienza nelle scuole. Lavorare con loro è stato un humus perfetto per la serie di Monsters’ Park, anche rendere loro giustizia nelle pagine di un libro scritto da un trentenne.

A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo?  Vuoi parlarcene? Lavoro a un progetto con ragazzini supereroi da ormai tre anni, ha avuto una genesi lunga e una stesura ancora più lunga. È ambientato a Bologna, la mia città di adozione, e ci sono elementi fantascientifici molto forti – come il viaggio nel tempo – e c’è quel pizzico di umorismo che mi piace sempre mettere nella scrittura. È un romanzo corale dove tante storie si inseguono e si aiutano inconsapevolmente. La data di uscita non la conosco neanche io perché a tutt’oggi io romanzo è ancora in stesura. Aspetto l’ispirazione. Faccio un appello “ispirazione vieni a me!”.

Un consiglio a un aspirante scrittore? Studiare, leggere e ancora studiare. Sviluppare un senso critico verso se stessi e quello che si legge. E poi studiare ancora. Scrivere è un mestiere con tanti altri e, se si vuole raggiungere l’eccellenza, bisogna partire da basi solide, la tecnica, la grammatica, soprattutto la grammatica. E poi le idee, senza quelle davvero non si va da nessuna parte.

E  ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione? Questa è difficile. Tra il primo e il secondo non cambia molto, c’è ancora forte l’entusiasmo dell’esordio. Salgono le aspettative, certo, ma bisogna anche essere pronti a cogliere le occasioni e non deludere le aspettative. Soprattutto non farsi prendere dall’ansia e dal panico. Ogni libro è una storia a sé, ogni volta sempre nuova ed emozionante. Tanto smetteremo di scrivere solo quando saremo noi stessi a fermarci, oggi le occasioni di pubblicare sono infinite, non bisogna temere di non avere più la possibilità che la nostra voce non sia più ascoltata.

Grazie per averci concesso questa intervista.

OoO

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