Recensioni

Alzati e cammina, di Germana Nillson

Lo sapevo che quel cretino per cui lavoravo faceva più pro bono
di tutti gli altri messi assieme, anche quando i clienti potevano pagare. Se ne
era discusso un sacco di volte in ufficio, ma lui non ci voleva sentire da
quell’orecchio. Io compilavo le fatture per i suoi clienti e lui me le
cancellava ogni volta “questo è un caso speciale” era il ritornello di rito.
Che poi a fare l’avvocato non ci era per niente tagliato, al contrario di
Rhonda che andava agli appuntamenti con l’orologio e ogni sei minuti tic, il
contatore saliva manco fosse un tassametro. Larry la faceva breve, andava
subito al sodo lui, e a farne le conseguenze sarebbe stata una delle
segretarie. Io glielo dissi che non era tagliato per fare l’avvocato, che
avrebbe dovuto fare il barrister; tutte le volte che andava in corte si
illuminava, la sua vocazione era la ricerca, ma tant’è. Quello che mi faceva
schifo era che mi pagavano una miseria, diciottomila sterline, anche se facevo
più ore di tutte le altre segretarie, principalmente per mettere a posto i
casini di Larry, che aveva sempre più casi di tutti gli altri. Se avessero
messo lo stesso impegno nel loro lavoro di quello che misero nelle
consultazioni per la ridondanza (non si chiamava più licenziamento) ne
avrebbero salvate di palanche, che forse quasi qualcuna si sarebbe potuta
salvare.
  
 

Titolo: Alzati e cammina.
Autrice: Germana Nillson.
Genere: contemporaneo.
Editore: self-publishing.
Pagine: 190.
Prezzo: euro 2,99 (e-book); euro 6,76
(copertina flessibile).
La
mia valutazione: cinque stelline.
Germana
il diritto di scegliere non l’ha mai avuto. Lei nel mondo degli adulti ci si è
trovata catapultata dalla porta di servizio, destinata d’ufficio alla classe
dei perdenti, dei precari, delle agenzie di lavoro temporaneo, di famiglie
disagiate o assenti, degli affitti troppo alti, del cibo in scatola. Una
generazione di giovani cinici, indifferenti nei confronti della società in cui
vivono, disillusi, costretti a chinare il capo e dire sempre sì nella speranza
di mantenere un lavoro insoddisfacente e malpagato, che vive in un mondo di
egoismo, una cultura dello spettacolo fatta di apparenze da mantenere ad ogni
costo. Una realtà nella quale è il consumismo a dare la misura ai valori, i
pubblicitari i nuovi profeti, fatta di ipocrisie politiche, sociali e religiose
con la forbice tra ricchi e poveri che si allarga sempre più. Increduli e
incapaci di lottare per un futuro che vedono irraggiungibile già dalla linea di
partenza. E la rabbia, la disillusione, le preoccupazioni economiche generano
frustrazioni e paura. L’ansia costante si trasforma in paranoia, in fobia, la
depressione è dietro l’angolo, aspetta, nel buio, in silenzio di poterti
divorare, di accoglierti tra le sue spire velenose. Springsteen cantava “Alcuni
ragazzi smettono semplicemente di vivere e cominciano a morire, poco a poco,
pezzo a pezzo. Altri tornano a casa dal lavoro, si lavano e vanno a gareggiare
in strada” Riuscirà Germana a tirarsene fuori, a trovare la luce in fondo al
tunnel, forse non proprio a correre ma almeno a rialzarsi e cominciare a
camminare?

Germana ha attraversato l’inferno, passo
dopo passo, caduta dopo caduta. Rialzarsi è stato, ogni volta, più doloroso.
Finché ha temuto di non riuscire più a rimettersi in piedi.
Con una storia simile da raccontare, ci
saremmo aspettate un tono triste, lamentoso. Un pianto e un singhiozzo. Non una
prosa asettica, un linguaggio chirurgico. Ironia e sdrammatizzazione.
Finire questo romanzo è stato come
concludere un ciclo di sedute dallo psichiatra. Non sei guarita, non lo sarai
mai. Però hai imparato a vivere con te stessa, quasi a volerti bene. Insomma,
con qualche cerotto e molta colla, ti sei rimessa a posto e sembri intera.
Giusto quello che serve per funzionare nella vita di tutti i giorni. Finché ci
credi anche tu e, a quel punto, i cerotti e la colla possono anche staccarsi,
perché tu sei –finalmente- tu. E ti va bene così.

Allo stesso modo, arrivati all’ultima
pagina, troviamo Germana, così com’è. Senza orpelli, nuda e bella. Pronta a
vivere. Di nuovo. E di nuovo ancora, se necessario. Un lieto fine senza
compiacimenti, sobrio eppure dolcissimo.
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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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