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Addio a David Bowie, di Alessandro Ceccarelli

Scompare uno dei più grandi protagonisti della musica contemporanea stroncato da un tumore a 69 anni.
“I, I will be king and you, you will be queen 

Though nothing will drive them away We can be heroes, just for one day” (Prima strofa della canzone “Heroes”, 1977)

Aveva compiuto 69 anni lo scorso 8 gennaio e sempre lo stesso giorno aveva pubblicato il nuovo album “Blackstar”.  David Bowie, uno dei musicisti e compositori più geniali degli ultimi cinquant’anni si è spento per un tumore da cui lottava da tempo.

E’ considerato uno degli artisti più creativi del panorama musicale internazionale. Ogni suo disco è sempre stato un passo avanti nella ricerca sonora. Ripercorrere la sua carriera significa parlare di un uomo, di un artista, di un musicista e di un raffinato sperimentatore oltre che di un grandissimo cantante. In quasi cinque decenni di produzione discografica (ha venduto oltre 140 milioni di dischi) il “Duca bianco” ha operato delle svolte musicali radicali che hanno anticipato suoni, la moda e il costume internazionale. Ha dato anche un notevole contributo al cinema, partecipando ad alcuni film di grande qualità. Ricordiamo “L’uomo che cadde sulla terra” (1976), “Christiane F.” (1981), “Miriam si sveglia a mezzanotte” (1982), “Furyo” (1983), “L’ultima tentazione di Cristo” (1988), “Basquiat” (1996) e “The prestige”(2006).

David Robert Jones – questo è il suo vero nome – nasce a Londra l’8 gennaio del 1947. Sin dall’adolescenza rimane affascinato dal rock’n’roll che arrivava in quel periodo dagli Stati Uniti: è colpito dalla figura di Elvis Presley. A soli 12 anni aveva già le idee chiare: voleva diventare l’Elvis inglese. A livello musicale e culturale fu determinante la figura del fratellastro più grande (morto suicida nel 1985). Terry gli fece conoscere gli scrittori della Beat generation, il jazz di John Coltrane ed Eric Dolphy e il rock’n’roll americano. Nel 1959 cominciò studiare il sassofono, poi si interessò alla chitarra acustica e al pianoforte. Le prime esperienze semiprofessionali del giovane Bowie spaziano dal jazz, al soul e al rock’n’roll. Tra il 1962 e il 1966 suona con molti gruppi della scena della “swingin’ London”.

Il suo debutto discografico avviene con “David Bowie”, uscito per l’etichetta Deram nel giugno del 1967 ma non riesce a scalare le classifiche. Nei concerti invece il giovane cantante si fa molto apprezzare.

La svolta decisiva nella sua carriera avviene grazie all’incontro del produttore Tony Visconti e al cambio della casa discografica. Con Visconti il giovane cantante entra in contatto con eccellenti musicisti quali Rick Wakeman, Herbie Flowers e Tim Renwick che saranno determinati per il successo di “Space Oddity”, pubblicato nel novembre del 1969. Il disco si piazza al 17° posto in Inghilterra e al 16° negli Stati Uniti. Lo splendido singolo “Space Oddity”, il suo primo classico, arriva al 1° posto in Gran Bretagna. Il 22enne David Bowie è improvvisamente una star: anche i suoi concerti sono un trionfo. La sua musica è ormai matura e pronta per i cambiamenti che saranno la cifra stilistica della sua carriera.

Per il terzo album, “The man who sold the world” (1970), Bowie cambia il suono e si orienta verso un rock più energico. Erano gli anni del trionfo dei Led Zeppelin. La presenza del chitarrista Mick Ronson sarà decisiva per la musica di Bowie anche negli anni successivi.

“Hunky Dory” (1971) è il primo capolavoro di David Bowie. Da questo album in poi il cantante sarà il leader dell’avanguardia della musica anglosassone, anticipando mode, suoni e i costumi nei concerti. Il disco è un notevole successo e vince il disco di platino in Inghilterra. Nell’album spiccano le perle “Changes”, “Life on mars?” e “Andy Warhol”, dedicata all’eccentrico artista americano. L’ascesa di David Bowie sembra inarrestabile e nel 1972 si riconferma con il celebrato “Ziggy Stardust”. A livello compositivo è fondamentale la presenza di Rick Wakeman alle tastiere e Mick Ronson alle chitarre. La musica composta da David Bowie è sempre più sofisticata e personale. Lui stesso si occupa della produzione in studio. “Star man” rimane a tutt’oggi una delle canzoni più famose del cantante londinese. Il successo della lunga tourneè per promuovere l’album è trionfale. Sempre nel 1972 produce “Trasformer” di Lou Reed, suo grande amico.

David Bowie nel 1973 pubblica “Aladdin Sane”, il primo album che raggiunse il primo posto nelle classifiche britanniche. Musicalmente il disco segue le linee di “Ziggy”, anche se leggermente inferiore per originalità compositiva. La tourneè segna l’apice del successo della prima fase della sua carriera.  Dopo tre mesi di concerti David Bowie annuncia lo scioglimento degli “Spiders of Mars” e interrompe il prolifico sodalizio con il chitarrista Mike Ronson. “Il duca bianco” sente il bisogno di portare un deciso cambiamento alla sua musica e alla sua immagine.

L’album della svolta soul è “Diamond dogs” (1974): è un concept album basato su “1984” di George Orwell. Il disco contiene il classico “rebel rebel” che raggiunse il 1° posto in Gran Bretagna e il 5° negli Stati Uniti. Anche il successivo “Young American” (1975) risente molto della musica soul americana, della black music e del funky.

Con “Station to station” (1976), già si percepisce un nuovo cambiamento

Estetico-musicale di David Bowie. Nel disco si avverte il nuovo amore per il compositore: i sintetizzatori. Le musiche si fanno più complesse e rarefatte. Il cambiamento si fa completo con il successivo “Low” e nel capolavoro “Heroes”, entrambi del 1977. La nuova svolta musicale è dovuta al sodalizio con musicisti del Calibro di Brian Eno e Robert Fripp.

Nei due dischi la musica diventa sperimentale, concettuale, sofisticata nei suoni e negli arrangiamenti. Il brano “Heroes” diventa lo straziante inno dell’amore impossibile tra una coppia divisa dal muro di Berlino. L’album intero è uno dei migliori dell’artista.

I sintetizzatori suonati da Eno e lo straordinario apporto chitarristico di Fripp fanno da base sonora per la voce solenne, drammatica e angosciante di David Bowie. L’ultimo album della “trilogia” di Berlino è “Lodger”(1979) che segna la fine del periodo elettronico-sperimentale dell’artista.  Con l’arrivo del nuovo decennio Bowie è pronto per un nuovo drastico cambiamento che determinerà per il cantante il successo commerciale di massa. “Scary monsters” (1980) contiene il singolo “Ashes to ashes” che scalò i primi posti delle classifiche mondiali. Le vendite sono notevolmente superiori rispetto ai dischi precedenti. La musica anche se più semplice è comunque sofisticata e suonata da ottimi musicisti Come Carlos Alomar, Robert Fripp e Roy Bittan. Il sound diventa esplicitamente commerciale con “Let’s Dance” (1983), il disco più venduto della sua carriera. Anche il seguente “Tonight”(1984) segue la svolta commerciale che si conclude con “Never let me down”(1987), definito in seguito dallo stesso Bowie come il peggior album della sua carriera. Il “duca bianco” si ferma per due anni e con il gruppo Tim Machine cambia completamente la sua musica. E’ un salutare ritorno a sonorità più vicine al rock. Nel 1991 esce il secondo album con i Tim Machine che non ottiene però un soddisfacente riscontro di vendite. Il risultato fu che sciolse il gruppo e cambiò etichetta discografica. Nel decennio degli anni ’90, David Bowie, mutò ancora una volta la sua musica con gli album “Black tie white noise” (1993), “Outside” (1995), “Earthling” (1997) e “House” 1999). La musica tornava ad essere decisamente meno di facile ascolto. Nuove sperimentazioni sonore sono esplorate grazie anche al ritorno di Brian Eno. Le vendite non furono esaltanti anche se la critica fu sempre favorevole. Con l’arrivo nel nuovo secolo David Bowie incise “Heathen”(2001) e “Reality” (2003). Poi decise di abbandonare le scene per dedicarsi al cinema, il grande amore della sua vita artistica. Il 25 giugno 2004 David Bowie è ricoverato d’urgenza in Germania. Gli è diagnosticato un grave blocco di un’arteria coronaria. I medici gli imposero il riposo assoluto.

Quasi dieci anni dopo, tornò alla ribalta con la pubblicazione di “The next day” (2013), uno splendido album di canzoni struggenti, melanconiche che fu molto apprezzato dalla critica e dal pubblico. Arrivò ai primi posti delle classifiche di tutto il mondo. Per David Bowie si può parlare senza esagerazioni come uno dei pochi geni musicali della musica rock.

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