RubricheTaffetà, darling

“A oriente del giardino dell’Eden”, di Israel J. Singer

“È mattina presto, e le ombre degli alberi si allungano oltre le radici, eppure la monotona pianura polacca già boccheggia sotto un sole cocente. Gli alberi tozzi e storti ai bordi della strada sembrano trasformati in pietre. Non un fremito di ramoscello, non un fruscio di foglie.”

Titolo: A oriente del giardino dell’Eden.
Autore: Israel J. Singer.
Traduzione: Marina Morpurgo.
Editore: Bollati Boringhieri, Collana «Varianti», 2015.
Prezzo: €13,51 (copertina flessibile); € 4,99 (ebook).

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Mattes Ritter è un venditore ambulante che percorre dal lunedì al venerdì le campagne della Polonia barattando cianfrusaglie con cibo, pelli e qualche spicciolo. Per poi tornare al suo villaggio, alla sua capanna e alla sua famiglia per lo Shabbat. La capanna pullula di bambine accettate solo per rispetto alla volontà divina, e di poco altro. La moglie, Sarah, è stremata dalle gravidanze e dalle fatiche domestiche. Non ci si stupisce quindi che nella nascita di un figlio maschio, Nachman, Mattes riponga le speranze di una vita, deciso a fare del piccolo un dotto e stimato rabbino.
Quando però Nachman viene sedotto da Hannah, e dalla sirena non meno potente del credo socialista, le speranze di Mattes cominciano a svanire. Ancora di più quando la bella, intelligente e avventurosa figlia Sheindel, che lavora come domestica a Varsavia, rimane incinta di un soldato russo, costringendo tutta la famiglia a trasferirsi nella grande città. Dove l’altra figlia, Reisel, incontra un destino ancora peggiore.
A Mattes, chiamato a combattere nella Prima guerra mondiale, resta solo un desiderio, che si porta dietro scritto su un pezzetto di carta: alla morte, venire sepolto come un ebreo. Ma anche questa speranza finirà in una fossa comune.
Nachman, diventato un agitatore socialista, finirà nelle prigioni polacche, e poi, rilasciato, inseguirà il suo sogno in terra sovietica, accolto a braccia aperte solo del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni. Di nuovo arrestato e poi rilasciato con l’aiuto di Daniel, un leader socialista polacco, verrà alla fine espulso dal paradiso sovietico e si troverà a vagare nella terra di nessuno tra il confine russo e quello polacco.
Autore di quel bellissimo affresco, indimenticabile per ampiezza di visione e intenti, che è I fratelli Ashkenazi, Israel J. Singer offre di nuovo il quadro di una comunità perseguitata, calpestata, ma animata da un fuoco segreto, da un fervore che motiva le azioni di ogni personaggio. Dimostrando ancora una volta una straordinaria conoscenza degli abissi della povertà, e del modo di pensare e agire di uomini prigionieri dei livelli più bassi della comunità ebraica polacca. Implicito nel racconto è il giudizio su chi permette a queste disuguaglianze e ingiustizie di esistere, in modo particolare degli ebrei prosperosi che vivono nello stesso villaggio della poverissima famiglia di Mattes.

A oriente del giardino dell’Eden: la Polonia agli inizi del ‘900, prima che questo paese fiero e meraviglioso finisse schiacciato sotto gli scarponi nazisti e sovietici della seconda guerra, ecco Mattes Ritter, venditore ambulante ebreo e poverissimo. Una figura di sublima meraviglia e sconvolgente pietà mescolate così in fondo e così bene che puoi avvertirne sulla tua stessa pelle la bruciante vergogna per gli abiti stazzonati e laceri di quando il pio Mattes si ferma per sua scelta appena dopo la soglia della Sinagoga, per pregare, ma lontano dalla Torah, perché la miseria della sua persona lo rende indegno del fulgore di Dio.

Umile, povero, disperato, Mattes è un fervido credente e un osservante sincero, abituato a chinare la schiena perché  ultimo fra gli Ebrei e ebreo fra i Gentili. Viaggia di villaggio in villaggio scambiando povere cose con altre povere cose, sperando di ricavarne cibo o forse qualche soldo per sfamare la famiglia, numerosa perché cosa possiedono i poveri se non i loro corpi? E che fare di questi corpi se non stringersi tra moglie e marito nel freddo della notte? Nascono un sacco di figli, ma nel caso di Mattes, nascono solo femmine, è la volontà di Dio. Ma chi reciterà il Kaddish alla morte di Mattes se non avrà un figlio maschio? Un Maschio! Da far studiare alla scuola talmudica, che cresca istruito, rabbino, santo  e ripulisca agli occhi di Dio la sporcizia della povertà dalla faccia e dalle mani di Mattes, mondi il lerciume intellettuale della sua ignoranza, che non lo faccia essere mai più l’ultimo, laggiù in fondo vicino all’uscita della Sinagoga.

Israel Joshua Singer, l’autore di “A oriente del giardino dell’Eden” è il ‘fratello più bravo’ di Isaac Bashevis Singer, premio Nobel  1978 per la letteratura, almeno a detta del Premio Nobel in persona: “Mio fratello sì che è un bravo scrittore! Perbacco!” (Il ‘perbacco è mio, mi sono immaginata il signor Singer Nobel con gli scritti del fratello in grembo schiaffeggiarsi la coscia ed esclamare contento ‘perbacco’. Io l’avrei fatto, avessi avuto un fratello come Israel).

Israel  scrive come piace a me: in modo piano, semplice, ogni parola al suo posto e un posto per ogni parola, niente orpelli, niente chincaglieria barocca, niente stupidi arzigogoli. Descrive la povertà con la semplicità che si addice a questa condizione. Di più!  Ti fa percepire la vergogna e la miseria di anime ultime, abituate a vivere di nulla o quasi. Nel caso di Mattes, però si vive di Nulla e della Parola di Dio.

E Dio gli concede un maschio, Nachman. Ma “A oriente del giardino dell’Eden” è un libro di grandi, immense delusioni, disillusioni così brucianti da far male solo a leggerle. Mattes che vive della parola di Dio e chiede solo un figlio rabbino e una morte da bravo ebreo osservante, morirà sepolto in una fossa comune della prima Guerra, senza nessun riguardo religioso, mentre Nachman non diventerà mai un rabbino, ma un agitatore politico ateo e comunista, che subirà vessazioni e soprusi ma come il padre vivrà di Nulla e della Parola del Partito.

Il libro delle Disillusioni di Israle Singer lo porterà tanto lontano e tanto in basso, lui, le sue sorelle e la sua donna. Nel paradiso dei lavoratori, l’Unione Sovietica, la Disillusione si farà enorme, tanto da inghiottire Nachman stesso nelle fauci di fabbriche disumane e prigioni sovietiche.
I personaggi femminili, come spesso accade, si faranno loro carico di tutto il peso della quotidianità, della vita reale, della famiglia.  La sorella Scheindel, Hannah la moglie-non-moglie di Nachman. Loro tireranno il carretto della sopravvivenza. Loro tireranno fuori le unghie. Ma Israel Joshua Singer non racconta storie a lieto fine.

Ho amato la figura di Mattes padre, l’’ebreo errante’, in maniera speciale, forse perché il tradimento di Nachman verso di lui mi ha ferita e me l’ha alienato. Non ho letto con altrettanto trasporto gli anni dell’agitatore politico Nachman. In ogni caso, “A oriente del giardino dell’Eden” è una splendida, preziosa, elevata lettura. Che per voi sia lenta e silenziosa, come le pianure sterminate della campagna polacca di inizio secolo.

Israel Joshua Singer (1893-1944), polacco, fratello maggiore del premio Nobel Isaac Bashevis, esordì nel 1922 con i racconti Perle, in yiddish, e continuò a scrivere in quella lingua anche dopo che si trasferì a New York (1933). La raccolta postuma di sue corrispondenze per il quotidiano «Jewish Daily Forward», Da un mondo che non c’è più (1946), costituisce una sorta di autobiografia. I fratelli Ashkenazi, ritenuto universalmente il suo capolavoro, è stato pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2011.

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