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Victorian Vigilante: recensione di Federica D’Ascani

Ho sempre sostenuto di non amare le collane scifi, fantasy e affini. L’ho sempre detto senza tanto starci a pensare. Mi conosco, sono cosciente di poter abbandonare un libro senza fare complimenti. Ognuno ha i suoi gusti, non ci si può proprio far nulla.
E voi vi chiederete: al popolo? Perché ci stai raccontando queste cose?
Per prepararvi. Per farvi capire quanto la mia mente, malata di per sé, per carità, viaggi su un binario parallelo con la surrealtà.
Non avrei mai pensato di poterlo dire, mai, ma oggi sono qui per portare la mia testimonianza  a tutti i babbetters o babbani, che dir si voglia: Soprani e Corella hanno compiuto il miracolo. Ebbene sì, lo Steampunk è stato annoverato tra le mie letture. E non è che mi ci sia avvicinata facendo finta di appassionarmi, per poi ritrarmi come un gatto alle prese con una ciotola di latte troppo caldo. No no, io le pagine dei loro racconti le ho bevute ustionandomi. Della serie: ho sete e ancora sete avanti al mare, come diceva Zarrillo.

Ma procediamo per gradi e immaginate.
D’Ascani riceve i primi due capitoli della saga del Dottor Morse. Nella sua mente sente il fuoco dell’inferno e le anime dei dannati che si attorcigliano e gridano: noooooo, perchééééé, sai che sarà una torturaaaaaa.
Svogliatamente si adagia come una balenottera sul suo divano e inizia a leggere. E continua a leggere. E si appassiona, nel leggere. O porca miseria, quanto è figo leggere!
Entriamo così nel vivo. Da dove? È difficile, lo ammetto. Ma questa sarà una pagina di numerose ammissioni, da parte mia. Sapete, nella mente di una scrittrice aleggia sempre quel distacco proprio dell’orgoglio che, maledetto e malizioso, proclama: “uhm, vediamo un po’ tutto questo clamore da cosa sarà motivato…” E così inizia l’avventura, pronta a ghignare nella sua mente alla ricerca del proprio ego. Ehi, sono sincera, sfido chiunque a dire il contrario e questo non significa che non si riesca a essere obiettivi, semplicemente c’è una cosa chiamata amore personale che spinge a migliorarsi (e a ghignare). Poi si arriva davanti ad alcune realtà e lo stop è così grosso che non puoi non notarlo. Se gli autori che leggi sono di un altro pianeta, puoi solo fermarti a rimirarne la luce.
Dunque, dicevamo: il recensore inizia a leggere. E invece di sghignazzare malevolo esclama: “O dio bonito, ma siamo sicuri che queste due ragazze siano umane?”

E via che parte la prima presa di coscienza: che scrittura meravigliosa! Nonostante un inizio un po’ difficile, che forse è l’unico neo che posso trovare in questi due volumi, ciò che spicca in assoluto fin dalle primissime parole è la disinvoltura con cui le autrici srotolano periodi dalla poesia assoluta. Un lessico davvero invidiabile, metafore e contesti resi alla perfezione, addirittura odori e paesaggi. Sono quasi due pittrici della scrittura, queste due…
E bing: la seconda presa di coscienza: Corella e Soprani sono due geni. E questo, se non è chiaro nel primo volume, è certo nel secondo. Una trama che, via via, diventa sempre più intricata, con colpi di scena impensabili da esclamazione scontata. Arrivi verso la fine del secondo volume che dici: ma che davvero? Noooo!
E poi giunge la fine e tu che cerchi il primo spigolo disponibile per perdere conoscenza fino ai primi mesi del 2016, in modo di arrivare indenne al terzo volume senza il pensiero di dover attendere così a lungo.

Sapete, sono sempre rimasta affascinata da chi ha l’abilità di scrivere a quattro mani (non è della dea Kalì che sto parlando, ma di autrici forti e coscienti di esserlo). Grande affiatamento, voglia di condivisione, nessun pregiudizio e sano amore per ciò che si sta facendo. Vedi le autrici felici, per esempio: loro sono anni che scrivono e lavorano insieme e noi qui ancora a chiederci che tipo di patto col diavolo abbiano stretto per poter assurgere al santo Graal della creatività. Ma, a quanto pare, il loro esempio non è l’unico. È vero che c’è una differenza di esperienza tra questi due gruppi di autrici, ma Corella e Soprani, permettetemi, promettono faville.

La psicologia dello Spettro di Nebbia, così particolareggiata e densa di significati nascosti, e tanto misteriosa da rimanere sospesa per pagine e pagine, è assolutamente deliziosa. La storia che si cela dietro a questo personaggio lo è. Impensabile, molto originale, intrigante.
Vogliamo parlare del Dottor Morse? Cattivo, spregiudicato, insensibile e geniale nel contempo, capace di stare in più situazioni simultaneamente senza che nessuno comprenda nulla. Neanche il lettore.
E la Baba Yaga, tremenda e sexy eroina, così forte da essere quasi indistruttibile. Un cuore pulsante in un corpo creato come nel libro di Mary Shelley, ma che forse non è poi così fredda e distaccata come appare. Forse il Dottor Morse è artefice di troppe brutture e non solo nei confronti dell’umanità. E forse Mordecay ha altro, oltre ai suoi demoni…

Questo libro sembra essere stato scritto da un autore unico, vissuto ai primi del Novecento e assolutamente uomo. Quando si dice che l’apparenza inganna, eh?
E perdonatemi se non posso andare a fondo con la descrizione dei vari personaggi, ma ogni particolare potrebbe rovinare parte della vostra scoperta ed esperienza, durante la lettura, e non potrei mai perdonarmelo. La saga di questo duo esplosivo è simile a quei film di cui bisogna seguire la trama fotogramma per fotogramma, pena il rincoglionimento. È così, c’è poco da fare. Ma una cosa permettetemela, perché la mia anima metà romance metà horror è rimasta affascinata da un personaggio tanto particolare quanto imponente: il Sergente Malachy Murphy, un concentrato di testosterone, Meccagenetronica e… quel non so che capace di rendere il suo incedere tra le pagine il centro dei pensieri delle più romantiche. Non dimentichiamo l’inizio di un idillio con quella che, del libro, meglio incarna lo spirito femminista che è in me: Catherine Swan, una grandissima per tanti, tanti motivi.

Da citare assolutamente la denuncia contro il progresso che, se per alcuni versi è visto come qualcosa di davvero illuminante e capace di rendere più vivibile il mondo, per altri rappresenta la spregiudicata volontà di alcuni di sostituirsi a Dio, facendosi prendere la mano e dimenticando il vero significato dell’essere umano. È vero, lo Steampunk è una corrente letteraria e tutto ciò che fa parte di questo genere è in linea con l’immaginario collettivo di macchine impossibili da collocare in determinati periodi storici, ma è interessante e importante, anche, interpretare la scelta stilistica che le autrici fanno in questo ambito. Sembra quasi che vogliano avvertire il lettore e l’umanità tutta nei confronti di ciò che la scienza potrebbe fare tramite la conoscenza.

Potrei continuare ancora e ancora, ma renderei soltanto prolisso il mio entusiasmo, quindi: acquistate i primi due volumi della saga, leggeteli immergendovi nel fascino dell’Inghilterra di fine Ottocento, lasciate vagare la mente e apritela in modo che possa accogliere la fantasia senza confini di queste due autrici uniche. Se pensate che tutto sia stato già scritto, credetemi, dovrete ricredervi. Come ho fatto io, ammettendo che a volte si incappa in talenti puri ai quali non si può dire altro che: complimenti – e ora muovetevi a scrivere il terzo!

OoO

1890. L’assetto europeo manifesta già i germi di una guerra mondiale e vede contrapposte due scuole di pensiero scientifiche: i Maniscalchi inglesi seguaci dell’Ergomeccatronica, che sfruttano esoscheletri potenziati per implementare le capacità di lavoratori e soldati, e i Senza Dio fautori della Meccagenetronica, localizzati nell’Europa dell’Est, che hanno sviluppato terrificanti ibridazioni uomo-macchina. A Londra s’innesca una battaglia senza quartiere tra il misterioso vigilante mascherato Spettro di Nebbia, il Sergente Malachy Murphy e la spietata Baba Yaga, una donna meccanica alle dipendenze del Dottor Anton Morse, genio della Meccagenetronica dai loschi fini. Nella lotta verranno coinvolti anche il giovane tagliatore di diamanti ebreo Mordecai Gerolamus, perseguitato da invisibili e inquietanti demoni, la giornalista d’assalto Catherine “Orlando” Swan e suo fratello Percy, direttore del Giornale.
Nel secondo episodio molti segreti verranno alla luce e il destino di Spettro di Nebbia si incrocerà inesorabilmente con quello dei suoi nemici, a cominciare da Vassilissa, la Baba Yaga.

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Federica Soprani: http://babettebrown.it/?s=Federica+Soprani

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4 Commenti

  1. Vittoria Corella
    8 dicembre 2015 at 10:26 — Rispondi

    Infiniti ringraziamenti alla bontà della signora D’Ascani, grazie per questo effluvio immeritato di complimenti. Mi fai arrossire, ma sono oltremodo felice di aver incontrato il tuo favore.

  2. Federica D'Ascani
    8 dicembre 2015 at 11:05 — Rispondi

    Immeritatooo? Muovetevi a scrivereeeee! 😀

  3. 9 dicembre 2015 at 11:32 — Rispondi

    Grande Fede! A parte il ringraziamento per la citazione, anche noi stiamo diventando addicted di Soprani & Corella, almeno per quanto riguarda Victorian Solstice. Ma sapevo già che, prima o poi,mi sarei dedicata anche a questa serie, con tutte le mie resistenze (analoghe alle tue) sullo steampunk. Che però, da persona curiosa, volevo provare a sperimentare…e dopo questa recensione come potrei fare altrimenti?

  4. gabriella giacometti
    9 dicembre 2015 at 12:53 — Rispondi

    Graziee Federica, onorata di essere stata affiancata a due come SOPRANI E CORELLA , non è un mistero che sono una loro fan 🙂

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