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Spike Lee, “La 25a ora”

“Avrai un figlio maschio, magari lo chiamerai James… è un bel nome, un nome forte! E forse un giorno, tra tanti anni, dopo che io sarò morto e sepolto accanto alla tua cara mamma, riunirai tutta la tua famiglia e dirai loro la verità, chi sei e da dove sei venuto. Gli racconterai tutta la storia e poi gli chiederai se si rendono conto di quanto siano fortunati ad essere li… C’è mancato poco che non succedesse mai… C’è mancato poco che non succedesse mai…” (Monologo finale del papà di Monty)

Dolori personali in una tragedia collettiva

“La 25a Ora” ha segnato un punto di svolta nella carriera del regista statunitense Spike Lee. Prima di questo film il cineasta di Atlanta si era sempre occupato delle problematiche che coinvolgono la comunità degli afroamericani. Pellicole come “Fa’ la cosa giusta”, “Jungle Fever”, “Malcolm X” e “Clockers” hanno profondamente scosso la coscienza della società americana sul cruciale nodo della convivenza e sul razzismo strisciante che ancora pervade alcune zone degli Usa.

Dopo la tragedia dell’11 settembre 2001, che ha radicalmente cambiato il mondo e soprattutto gli americani, Spike Lee si interessò al libro di David Benioff intitolato “La 25a Ora”. Il romanzo raccontava la drammatica vicenda esistenziale di uno spacciatore di droga che sta per essere arrestato e che nel suo ultimo giorno di libertà ripercorre tutta la sua vita cercando di capire chi lo ha tradito e soprattutto che cosa ha sbagliato.

Il regista arricchì la vicenda del protagonista collocando la tragedia personale in quella collettiva dell’11 settembre. “La 25a Ora” è stato il primo film girato a New York dopo le devastazioni che causarono la morte di quasi tremila persone. E il film, la trama, le vicende personali dei protagonisti risentono profondamente del crollo delle Torri gemelle.

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Monty Brogan, come sarebbe potuta essere la sua vita…

Con le macerie ancora calde dell’area di Ground Zero, Spike Lee cominciò a girare gli esterni proprio nei quartieri adiacenti a quello che era stato il World Trade Center con un cast di attori di grande talento: Edward Norton è Monty, il protagonista del film, Philiph Seymour Hoffmann è un professore e suo caro amico, Barry Pepper è un broker che lavora a Wall Street ed è anche lui un vecchio amico del protagonista, Brian Cox ricopre il ruolo del padre di Monty, mentre Rosario Dawson è sua la fidanzata.

Tutto il film ruota attorno all’ultimo giorno di libertà di Monty, un raffinato e sensibile spacciatore di droga che sulla sofferenza degli altri ha costruito il suo benessere: una bella casa, una fidanzata affascinante e amici colti e raffinati.

Eppure è una persona inquieta, molto critico della sua vita e delle sue scelte sbagliate che lo hanno portato a mettere in discussione tutta la sua esistenza. Monty è una persona triste, delusa e amareggiata; il suo umore e il suo essere melanconico rappresentano alla perfezione lo stato emotivo di New York, allora ancora profondamente scossa e ferita dalla tragedia dell’11 settembre. È una città che appare intorpidita, confusa e impaurita, ma decisa a ripartire, a riprendere il ritmo di una volta.

Per tutto il film Monty cerca di tracciare un bilancio della sua vita fallimentare. Vorrebbe sapere da chi è stato tradito. Riunisce i suoi amici più cari per comprendere meglio i propri errori. Mette in discussione anche il sincero amore della sua fidanzata e si confronta aspramente con il padre, un vigile del fuoco ancora profondamente scioccato dall’11 settembre.

Una delle scene più emozionanti di questo film struggente e doloroso è il finale in cui Monty si sta recando in carcere accompagnato dal padre.  Mentre si trova in macchina, ripensa alla sua vita e immagina come sarebbe potuta essere. Sono minuti di grande cinema e di intense emozioni piene di rimpianti, rammarichi e magari qualche labile speranza per un futuro tutto da rifare.

“La 25a Ora”, opera atipica nella filmografia di Spike Lee, è una sorta di affresco poetico e autunnale sull’animo umano, sulle sue debolezze e sulle sue contraddizioni. Grazie ad un soggetto di grande impatto emotivo e accompagnato dalla tragedia collettiva di Ground Zero”, è senza ombra di dubbio il film più autentico e sorprendente di uno dei cineasti più importanti degli ultimi trent’anni.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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