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Emme literature, by Amneris Di Cesare

Ho iniziato a leggere romance da non moltissimo tempo. Prima leggevo “altro”. E… “Alto”, con la lettera Maiuscola. I classici, i contemporanei “eruditi” e “illuminati”, quelli che si citano a cena con gli amici intellettuali e una certa soddisfazione nel sentirsi rispondere “Ah, di lui/lei non ho ancora mai letto niente” e con una certa condiscendenza e compiacimento da “benvenuto nel nostro club d’elitari”...

Oppure, per farla ancor più sofisticata, leggevo gli autori “di nicchia”, quelli pubblicati dalla piccola editoria di qualità, quelli che di sicuro da lì a dieci anni sarebbero emersi, avrebbero scalato le vette dell’Editoria Big (sempre con la lettera maiuscola) e magari, chissà, avrebbero vinto un Campiello o uno Strega. Vuoi mettere di poter dire “io leggo Abate/Murakami/NomeAPiacere fin dai suoi esordi?”

Eh, fa figo, non fate finta che non sia così.

Non ho mai amato molto i vari generi letterari: thriller, noir, horror, storico, comico, sci-fiction... Facevo eccezione per il Fantasy e il Fantastico (che infatti, lapsus forse freudiano, cito con la lettera maiuscola al contrario degli altri “colleghi” di genere), di cui per anni sono stata davvero una piccola esperta. Perché il Fantasy e il Fantastico mi regalavano tutta quell’evasione di cui avevo bisogno quando volevo staccare la spina. Volare in groppa a un drago o correre per valli sconfinate a cavallo accanto a un elfo, usare la magia e abbattere il Male, era il massimo della goduria, letteraria sempre, s’intende. Del Fantasy romantico invece provavo fastidio. Certo, amavo certe storie d’amore che si formavano all’interno di alcune saghe epiche ma a dire la verità, era come se il romance all’interno del fantasy facesse un po’ a pugni. Il Fantasy, quando è tale, è serioso perché appunto “epico”. Dolcezze e romanticismi, men che meno sensualità, tendevano a rovinare il mood, mi dicevo.

E poi, si sa, il romance non è mai piaciuto molto, da che mondo è mondo, in campo letterario “d’elite”.

Ma non è che col Fantasy si andasse molto lontano, in quanto ad apprezzamento: se dicevi che amavi il genere, se andava bene venivi guardata come un’aliena (molti non sanno neppure la differenza tra Fantasy e Fantascienza, per dire) oppure una “mamma” che legge le favole ai figlioletti (e lì le vorrei vedere a leggere Twilight a una bambina di sei-sette anni… vabbe’). Perché il Fantasy (insieme al gemello Fantastico) genera da sempre forti pregiudizi: non è un genere serio, è un genere per “amatori” e sognatori, gente che vive in un mondo tutto suo; soprattutto, il Fantasy, è un genere di serie B perché è considerato “per bambini”, favolette che si raccontano ai piccoli per farli star buoni. Semplice, senza troppe complicazioni (vagli tu a ricordare lo Schema di Propp, così, giusto per fare l’erudita!)

Allora quando è cominciata col romance? Sono onesta. Dopo aver letto Danielle Steel e, arrabbiata per la povertà stilistica della maggior parte dei suoi romanzi, mi dissi “ma quanti ne vogliono scritti così? gliene scrivo uno al mese!” E nacque il mio primo “romance”. Solo che non era affatto romance. Siccome non riuscivo a mantenere la storia sui binari canonici

dell’ incontro + scintilla che scocca + passione che sboccia + conflitto + separazione degli amanti + angoscia + incontro + chiarimento + lieto fine,

anche quel romanzo era troppo complicato e crudo per essere “romance” e scoprii poco dopo che c’è un genere che descrive quello che non è puramente rosa, ed è il “women’s fiction”. Pure lui non troppo popolare, mi dicono.

Ma la svolta è stata quando mi fu commissionato un manuale di scrittura romance. Scoprii che di “rosa e romance” non conoscevo nulla. Non sapevo da che parte cominciare. E da dove si comincia, quando si vuole conoscere qualcosa di cui si è quasi totalmente all’oscuro?

Si comincia dal fare domande. E domande le ho fatte. Trovate sul blogroll di questo blog le interviste che ho fatto sul romance in questi tre anni di indagine. E si legge. I libri rosa scritti dalle autrici e gli autori più… autorevoli (perdonate il bisticcio di parole). Si domanda, si legge e… si studia.

Ho scoperto così che il “romance” o “rosa” nasce dall’esigenza, alla fine dell’800 delle donne di far sentire la propria voce, di parlare e di leggere dei propri problemi. Il “primo rosa” infatti non era poi così “roseo”. Raccontava di matrimoni combinati e mancanza di amore, di donne depresse e distrutte, desiderose di un po’ di sollievo da quello che immaginavano fosse il loro karma, il loro destino. In pratica, il “rosa” è il primo, vero grido di autonomia e indipendenza della donna. La prima vera, autentica rivendicazione dell’essere femminile. Certo, con altre regole e scopi, ma pur sempre la prima alzata di voci di donne in mezzo a un coro di voci perennemente maschili.

Non sono cambiate molto le cose in quasi 200 anni di storia del rosa. Le donne ancora oggi vogliono sentir parlare e leggere del loro mondo, dei loro problemi, soprattutto vogliono sentire parlare di amore. Di un amore spesso irrealistico, magari, ma pur sempre un moto dell’anima, un impulso, un’esplosione di sensazioni. Di sensualità, anche, certo. E perché mai non dovrebbero?

E, guarda caso, statistiche narrano che il mercato dell’editoria nazionale – ma anche mondiale – è sorretto dalle vendite di questi libri. Dei libri che comprano le donne. Che oggi possono pagarsi e comprarsene in grande quantità perché sempre più indipendenti anche economicamente. E il genere che “salva” e permette alla narrativa “di qualità”, quella di cui sopra, che si accenna nei salotti il più delle volte per far colpo sulla platea di ascoltatori, è il misero e infimo “rosa”. Chi para, scusate il francesismo, il culo alla “Narrativa Mainstream”, quella degli Strega e dei Campiello, o che per lo meno permette alle Case Editrici Big di coltivare e cullare giovani virgulti di scrittori “d’Alto Lignaggio Intellettale”, è la modesta e sciaguratissima narrativa romance, quella dei maschioni palestrati che frustano giovani e goffe fanciulle e che poi le carezzano fino a farle godere di molteplici orgasmi. Insomma, la “Narrativa di EMME” è quella che salva la “Narrativa Elevata”. Pensa un po’.

Ho letto tanto romance in questi anni. E, lo ammetto, non ho letto molta roba buona. Tra venti romanzi (self e di case editrici, perché non è solo colpa del self-publishing la narrativa di “EMME”) romance, magari ne saltava fuori uno degno di essere terminato fino alla fine. Spesso capitava di non trovarne nemmeno uno. C’è, è vero, tanta, tantissima EMME in giro e nel girone infernale del romance molto più che altrove. Non è un segreto e nessuno lo mette in dubbio. Ma in un paese dove non si legge, dove i “non lettori” arrivano a coprire il 40-60% della popolazione nazionale, dove i libri si regalano a Natale e nelle feste comandate solo perché è più facile e te la cavi con pochi euro e in genere con titoli generalisti “per andare sul sicuro”, io confesso che preferisco che si legga EMME piuttosto che non si legga affatto. Del resto, “demmerda” era stato definito anche Harry Potter, a suo tempo. E la Rowling era stata condannata senza appello come semi-analfabeta (quando non si insinuava fosse uno pseudonimo che celasse un progetto studiato a tavolino da cinque-sei illustri ghost writer). Oggi la Rowling è osannata come genio e di Harry Potter si inizia a leggere nei libri scolastici della scuola dell’obbligo. Ma guarda... (sempre per tornare al Fantasy e Fantasico, letteratura di Serie B di cui sopra).

Sì, il romance spesso è EMME. Ma se fa leggere e accosta la gente ai libri e alla lettura, io saluto con piacere la EMME. Perché è un po’ come dire: “non sono razzista ma…”, “non sono omofobo ma…” quel “romance è tutta merda”. E sì, io sono una di quelle che scrive quella roba lì. E mi metto quell’epiteto sul profilo di Facebook.

Ho terminato di leggere un romance, scritto da un’americana che non avevo mai letto, in cui si legge:

“spesso le donne leggono romanzetti d’amore perché i libri ti consentono di essere chiunque tu voglia, di fuggire da te stesso per un po’”.

Ci sono ragazze e ragazzi che per fuggire dal dolore interiore si tagliano o smettono di mangiare. Si procurano dolore per fuggire a dolori più intensi. Se un libro rosa di merda permette di fuggire da quel dolore con la sola forza delle parole, allora, spiegatemi, che male fa?

Io sto con il rosa, io sto con il romance.

Di Emme o non Emme.

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7 Commenti

  1. Babette Brown
    27 luglio 2017 at 9:42 — Rispondi

    Non so voi, ma io avevo proprio bisogno di un parere autorevole e pacato. Troppi strilli, troppe invettive in questi giorni da parte di chi vorrebbe boicottare il romance.

  2. Amarilli
    27 luglio 2017 at 12:33 — Rispondi

    Bellissimo articolo, Amneris 🙂

  3. Alice
    27 luglio 2017 at 14:58 — Rispondi

    Oh, finalmente un articolo DAVVERO oggettivo e imparziale. Brava. Concordo su tutto.

  4. Denise Masen
    27 luglio 2017 at 15:53 — Rispondi

    Complimenti, bellissimo articolo in risposta a tutta la EMME sparata in questi giorni da ignoranti megalomani a cui piace fingersi illustri esperti. Ci sono romance davvero belli, che nulla hanno da invidiare ad altri generi, e mi spiace che tu ne abbia trovati pochi.

    • Babette Brown
      29 luglio 2017 at 23:34 — Rispondi

      C’è un nucleo di ottimi autori self. Dobbiamo fare in modo che i loro libri non si disperdano nel mucchio e riescano a emergere. Facciamoli conoscere questi romanzi, scriviamo delle recensioni.

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